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mercoledì 1 novembre 2006

Il suono della campana...

scritto un paio di mesi fa, traendo spunto dalla bella gita allo Chateau des Dames dalla valpelline, ecco un racconto "surreale" ambientato in un futuro che cissà, potrebbe anche essere non molto lontano.


Il suono della campana

Guardò l’orologio. Era ora di alzarsi. La notte era passata tranquillamente, nonostante il freddo. Forse non era più abituato al freddo. Si alzò e si mise il maglione. Stropicciandosi gli occhi, scese dal lettino e aprì la porta del bivacco, una sferzata di aria gelida gli intirizzì il viso. La giornata era splendida, un agitato mare di nubi copriva l’intera valle, a perdita d’occhio, fin quando essa si sposava con la pianura lontana. Il cielo era d’un azzurro profondo, il sole era già alto. Si preparò ai soliti gesti. Accese il fornello, mise su l’acqua per il the. Mentre faceva colazione sorseggiando dalla tazza fumante, puntava lo sguardo verso la selvaggia valle percorsa il giorno prima. La sua traccia sui nevai, le morene, si perdeva fin giù agli ultimi pascoli. Poi fu ora di partire. Chiuse la porta del bivacco con un cigolio, si mise lo zaino in spalla, cominciò a risalire la cresta di sfasciumi in direzione del ghiacciaio. Si fermò spesso ad osservare le nubi che ribollivano milletrecento metri più in basso. Che silenzio…era solo anche questa volta, su quella montagna non vi era anima viva. Il freddo del mattino lo spinse a riprendere il cammino. Arrivò al ghiacciaio. Si mise i ramponi, raggiunto dal tepore del sole si incamminò sulla superficie brillante di luce. Attraversò tutto il ghiacciaio, la vetta della montagna si avvicinava sempre più. Con un balzò abbandonò il ghiaccio, si fermò a togliere i ramponi e a mangiare un boccone.



 Com’era lontano il bivacco. E com’era vicina la punta. – Su, coraggio! – si disse, e attaccò le boccette della vetta. Non aveva corda con sé, per cui faceva molta attenzione. La roccia cominciava a scaldarsi, il tepore del sole era piacevole e l’arrampicata mai difficile. Guardò l’altimetro: mancava davvero poco. Un traverso delicato, poi risalì un camino roccioso ricco di appoggi e sbucò sulla vetta, a quasi tremilacinquecento metri di quota. Rifiatò, si tolse lo zaino dalle spalle. – Che meraviglia! – pensò. Gli dispiaceva solo essere solo a godersi quel panorama. Montagne e valli a perdita d’occhio. Prese la cordicella, cominciò a suonare la campana presente in vetta. Il suono ruppe il silenzio quasi irreale del primo mattino, si diffuse nell’aria. Scese giù per la cresta, fino al ghiacciaio, e poi giù verso i pascoli, riecheggiando in ogni angolo della valle. Suonò a lungo, quasi ipnotizzato dalla ritmicità dei rintocchi, che cominciarono a riecheggiare anche nella sua testa.



Deng, deng, deng, deng, deng, deng, deng.



Si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Guardò il quadrante digitale della sveglia. Le quattro del mattino. Accese la luce, si alzò. Si diresse verso la finestra e tirò le tende. La città era immersa nel solito buio. La solita pioggia cadeva incessante. Le strade erano deserte, invase da fiumi d’acqua. La fredda luce dei neon disegnava contorni leggeri nell’aria carica di umidità. Guardò l’orizzonte, oltre la selva di grattacieli a perdita d’occhio. Appoggiò la fronte al vetro freddo. – Chissà dove saranno quelle montagne – pensò. Montagne… Forse anche qui molto, molto tempo fa c’erano delle montagne. Ora solo palazzi, asfalto e cemento – pensò. E chissà com’era il cielo azzurro. Era una vita che non lo vedeva. Gli mancava, aveva nostalgia del tepore del sole. Tirò un sospiro. Pioveva ancora. Come tutti i giorni, tutte le notti. Si ricordò di un vecchio film del secolo scorso. – Non può piovere per sempre – diceva una battuta. Già – pensò – non può piovere per sempre. Chiuse nuovamente le tende. Tornò a letto, si sdraiò fissando le pale del ventilatore sul soffitto, che ruotavano ipnoticamente. Faceva caldo. Spense la luce. Il sonno lo rapì in breve, riportandolo tra le sue montagne di sogni.


6 commenti:

  1. Ciao Roby, ci siamo conosciuti la scorsa settimana sulla Cima Bianca: contrariamente a mio marito, che conosceva già il tuo sito, io ci sono entrata oggi per la prima volta e...la foto della campana con il Cervino sullo sfondo è ora sul mio desktop. Ciao Emanuela

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  2. grazie, si mi ricordo della Cima Bianca ;-)

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  3. inutile dire che la foto è stupenda....il soggetto poi aiuta molto!

    Però ho un lacuna da colmare....non so dove sia questa campana nè come si raggiunga....chissà se hai voglia di darmi qualche informazione??!!!

    Grazie e ciao

    Paola

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  4. grazie..

    è lo chateau des dames, tra valtournanche e valpelline. una cima di 3488 m, di accesso non banale da entrambe le valli. io l'ho salita dalla valpelline lo scorso anno. una gita splendida in ambiente selvaggio. qui trovi racconto e relazione: http://www.roby4061.it/2005/mounts/itinerari/index.htm

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  5. grazie mille!!! il tuo racconto è puntuale e molto preciso.....i ghiacciai mi mettono sempre un po' di inquietudine, ho sempre paura di essere inghottita da un crepaccio famelico.....

    Paola.

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  6. Ciao a tutti,

    navigando per caso mi sono imbattuto in questo sito è ho visto questa bellissima foto della " nostra " campana.

    Ho pensato che magari ( magari no) faceva piacere sapere come ha fatto ad arrivare lassù una campana.

    nal 1986 l'oratorio maschile S. Luigi di Lissone ( MB) festeggiava 25 i anni di campeggio estivo, ricorrenza importante e degna di essere ricordata.

    Quindi, essendo il nostro oratorio frequentato da amanti della montagna, si è pensato di " portare un pezzo di noi " su una vetta, con un segno tangibile e duraturo nel tempo. Si scelse così una campana, quale simbolo di fede da apporre sullo chateaux de dames.

    Perchè proprio lo chateaux?

    C'è un filo che unisce Lissone a quella valle.

    Cinque anni prima, durante i festeggiamenti del ventesimo anniversario del campeggio, su una vetta molto vicina, il Mont rous( o rouge) abbiamo posato una croce alta circa tre metri, assemblata direttamente in cima dopo aver portato a spalla tutti i pezzi e i bulloni partendo da fondo valle, esattamente dal pratone che i Lissonesi se lo sentono un pò loro, avendo messo lì le tende per diversi anni ( mi riferisco al pratone dietro la colonia estiva dei Salesiani, al di là del torrente).

    L'unico aiuto dato dall'elicottero noleggiato per l'occasione fu per il basamento in cemento sul quale poggia la croce.

    Sulla stessa vetta è stato inoltre posato un altare a ricordo di un nostro giovanissimo parrocchiano seminarista, deceduto dopo una lunga malattia.

    Le cime delle due vette son separate ( più o meno) dal colle del vofrede, salendo dal ghiacciaio e giungendo al colle, verso sinistra , dopo un breve tratto di facili roccette si giunge sulla cima del rous, mentre, sempre dal colle, andando verso destra, con un tratto un pò più impegnativo, si giunge alla vetta dello chateaux.

    Spero di aver fatto cosa gradita, se non altro aver soddisfatto magari un pò di curiosità.

    Sevete qualche domanda, vi lascio il mio indirizzo, ulbereta@libero.it

    Ciao a tutti

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