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lunedì 13 dicembre 2010

Sarajevo mon amour

Reduce dal mio viaggio attraverso parte della ex-Jugoslavia nell’agosto scorso, ho cercato di approfondire le vicende storiche delle guerre che hanno martoriato le regioni balcaniche negli anni novanta.
 
Tra i libri che mi sono procurato c’era anche questo, che ho appena terminato di leggere. E’una lunga intervista a Jovan Divjak, il generale di origini serbe che difese la “sua” Sarajevo dall’aggressione dei serbo-bosniaci di Karadzic e Mladic.. serbo che combatte contro i serbi, il libro-intervista è interessante per capire cosa significò vivere a Sarajevo durante gli anni dell’assedio, per capire su quali basi diplomatiche, forse ancora troppo fragili, si regge la Bosnia-Herzegovina di oggi, per comprendere quanto è ancora lungo il cammino per una “normalità” in quella regione.
 


Dal sito dell’editore (infinito edizioni) riporto:

«Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità».

La guerra, le figure fosche di Milosevic, Karadzic e Mladic, ma anche le contraddizioni e i voltafaccia della componente musulmana durante la guerra e i nazionalismi sorti dalla devastazione bellica sono rivelati e spiegati in un libro carico di pathos destinato a finire tra i grandi volumi di storia.

In questo libro, il militare serbo che difese Sarajevo, che ha “adottato” un nipote musulmano (foto di copertina) e ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra, racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata.


«Che vuoi che ti dica, compagno Divjak. L’unica cosa che ci resta è l’amore per questa straordinaria terra e per questa città unica al mondo che tu hai difeso con onore e che continui a onorare occupandoti degli orfani di guerra. Posso dirti che ti ringrazio per quello che hai fatto e che fai, ignorando i briganti oggi al potere. Dirti che amo ancora quel luogo come se l’avessi lasciato ieri. Ci torno, e il tempo è come se non fosse passato. Per me è tutto come allora, quando vidi Sarajevo la prima volta sotto la Luna, sotto le ultime nevi dell’Igman»(dall’introduzione di Paolo Rumiz).

Sarajevo, mon amour vi farà commuovere e vi affascinerà, come solo i grandi libri sanno fare.

mercoledì 8 dicembre 2010

8 dicembre 1980 - 8 dicembre 2010







lunedì 29 novembre 2010



L'ultima rosa dell'anno sotto la prima neve dell'inverno.

28 novembre 2010

sabato 20 novembre 2010

Autunno in Provenza.


Era da quest’estate che mi girava per la testa l’idea di andare a vedere come fosse l’autunno in Provenza..in molti ci hanno detto “ma cosa andate a fare in questa stagione là.. c’è solo nebbia..non c’è nessuno..è tutto chiuso..fa freddo..piove sempre...” Col senno di poi, invece, sono soddisfattissimo perché ho trovato quel che cercavo, cioè degli splendidi paesaggi e dei colori spettacolari.
 
Così, dopo mesi di vicissitudini varie, l’idea del viaggio prende forma, e finalmente, anche se con un certo timore per il maltempo in arrivo, ma fiducioso nelle previsioni da lunedì in avanti, con un’ottima compagna di viaggio, si parte.
 
Domenica 31 ottobre.
 
Il viaggio di andata, via Sestriere e Monginevro ci porta a vedere la prima neve, scendendo sul versante francese il tempo è grigio e a tratti piovoso, ma ciò non toglie al paesaggio gli splendidi colori che l’autunno sa dare.
 
La strada che percorriamo è quella solita.. Briançon, il lago di Serre Ponçon, Sisteron, Apt, Cavaillon.. il previsto maltempo infernale (Meteofrance dava l’allerta arancio) ci lascia abbastanza in pace, e a parte qualche km sotto violenti rovesci, non prendiamo nemmeno tanta pioggia. Ad Apt assistiamo ad uno stormo, anzi due, di uccellini che compiono evoluzioni stranissime.. immagino che sia un raduno per la migrazione, è molto suggestivo, con la musica di sottofondo che ci accompagna (Pink Floyd).
 
Le strade coi platani, caratteristiche di questo angolo di Provenza, sembrano ancora più strette, con la pioggia ed il buio.. ma alla fine arriviamo a destinazione a Fontvieille. L’albergo, un Best Western, è “desolatamente” vuoto.. siamo gli unici ospiti! Ciò un po’ mi stupisce, perché seppur è vero che siamo fuori stagione, è pur sempre il ponte di Ognissanti.
 
Ceniamo in uno dei pochi ristorantini del paese, molto caratteristico, con un menù camarguese che prevede un ottimo spezzatino di toro..vin du pays..un buon modo per “ambientarci”!
 
L’indomani, in base al tempo, decideremo cosa visitare.
 
Lunedi 1 ° novembre
 
Dopo una notte che manco in estate (30° in camera.. mai dormito a queste temperature folli, nemmeno ad agosto), il cielo è nuvoloso ma non piove. Dopo un’abbondantissima colazione (10 euri… ma si può mangiare l’impossibile), partiamo in direzione di Arles. Al contrario dell’ultima volta che ci sono stato, questa visita mi lascia perplesso. Pochissimi turisti in giro (e questo è un bene..), ma atmosfera piuttosto deprimente, e soprattutto città molto sporca. Si mette pure a piovere, l’arena è chiusa e quindi la vediamo solo dall’esterno. Giriamo comunque tra i caratteristici vicoli, e poi visitiamo la cattedrale di St. Trophime. La visita di Arles, visto anche il tempo, la concludiamo prima del previsto. Decidiamo di andare al Pont du Gard. Lungo il tragitto visitiamo Tarascona, sulle rive di un Rodano dalle acque marroni a causa delle piogge di questi giorni.
 
Percorrendo poi una bella strada tra le dighe e le chiuse del Rodano, arriviamo quindi al Pont du Gard. Con mio sommo disappunto scopro che, nonostante la bassa stagione, il parcheggio si paga, e pure a prezzo pieno (oserei dire folle.. 15 eur/giorno). Va beh, siamo qui.. e se non altro non piove.
 
Si alza un po’ di vento, le foglie arancioni dei platani svolazzano per l’aria. Il Gardon è limaccioso e contrasta con le pietre chiare del ponte dell’acquedotto, che è sempre un gran bello spettacolo da vedere. Saliamo fino al belvedere dove pranziamo, qui qualche turista in più c’è, ma si è ben lontani, per fortuna, dalle folle che si possono trovare nei mesi estivi. E’ un paesaggio che ho già visto un paio di volte, ma sono felice di poterlo far vedere a chi non c’è mai stato e sognava da tempo di vedere questi panorami provenzali. I colori di questa stagione fanno il resto.
 
Ripartiamo nel primo pomeriggio dal Pont du Gard, vagando un po’ “a zonzo” per le stradine provenzali, e capitando quasi per caso nel grazioso borgo di Barbentane. Merita una visita, è il caratteristico paesello provenzale su un cocuzzolo con strette viuzze e vicoli, e case in pietra. La chiesa in alto ed il castello… e pure un mulino a vento. Sulla nostra strada incontriamo poi l’abbazia di Frigolet, e quindi ci riportiamo a Fontvieille, dove una visita è d’obbligo al Mulino di Daudet, emblema del paese.
 
Domani sarà il giorno della Camargue, le previsioni sono buone, e quindi speriamo di avere una bella giornata.
 
Martedi 2 novembre
 
Nella notte si alza un forte vento… il “famigerato” Mistral che soprattutto nei mesi autunnali ed invernali spazza la Provenza con raffiche violente, un po’ come il nostro föhn… è lui che pulisce il cielo, che, al primo mattino, non è ancora del tutto sereno.
 
Da Fontvieille quindi ci dirigiamo verso Aigues Mortes. La Camargue è bellissima anche coi colori autunnali, cavalli e tori contornano il paesaggio, con le risaie nelle quali è in corso la mietitura.
 
Le cabanes dei vari maneggi sono in gran parte chiuse..c’è anche poco traffico. Ad Aigues Mortes, la città medievale dalla quale partirono alcune delle Crociate, c’è qualche turista. Visitiamo la parte dentro le mura, la bella e calda chiesa parrocchiale, le viuzze caratteristiche, con foglie arancioni che svolazzano, gatti che entrano ed escono dai negozi elemosinando cibo. Aigues Mortes è piccola e si visita in fretta, ripartiamo quindi alla volta della capitale della Camargue, Les Saintes Maries de la Mer (da noi italiani detta famigliarmente Santa Maria..).
 
Per raggiungerla, da Pioch Badèt, prendiamo la consueta e meno trafficata Route de Cacharel.. anche perché siamo in cerca di…………….fenicotteri rosa! Les flamànts rosè… che troviamo ! Non ero sicuro che fossero ancora presenti in questa stagione, invece eccoli lì in siesta negli stagni.
 
Sono sempre belli da vedere… raggiungiamo quindi Santa Maria, e vista l’ora andiamo subito in cerca di un posto dove mangiare.. precisamente dove mangiare la Paella.. che, ovviamente, troviamo! Com’è carina Santa Maria senza il caos del turismo estivo, è più a misura d’uomo. In rue Mistral (oggi il nome è molto adeguato…) troviamo il ristorantino che fa al caso nostro, con la paellera fumante ed invitante.. la accompagnamo con un Vin des Sables fresco al punto giusto… che goduria, era più di un anno che sognavo di nuovo un piattone di paella come questo!
 
Nel ristorante appare un micino che gira tra i tavoli, è anche interessato alla paellera.. poi si allontana visto che nessuno gli da niente.. povero!
 
Dopo pranzo giriamo per le viuzze ed i vicoli di Santa Maria… e, finalmente arriviamo sulla spiaggia.. il mistral spinge sempre grosse onde sulla battigia, l’acqua è fredda, ma non posso esimermi dal toccare il mare.. un paio di volte l’anno ne sento decisamente il bisogno. Nonostante il vento, decidiamo poi di salire sul tetto della chiesa-fortezza, l’edificio più alto del circondario, per vedere il panorama.
 
Una stretta scaletta, e siamo sul tetto della costruzione.. le raffiche sono notevoli, ma il cielo azzurrissimo ed il panorama sulla Camargue ripagano tutto. A metà pomeriggio lasciamo Santa Maria, prendendo la direzione delle Saline de Giraud. Passiamo dall’Etàng des Vaccares, lo stagno salato più grande della Francia del Sud, per le stradine semi-deserte spazzate dal vento. Arriviamo alle saline giusto in tempo per assistere al tramonto. Quasi correndo raggiungiamo il terrapieno, il Mistral è violentissimo e gelido, ma non ci impedisce di assistere ad uno splendido tramonto sul mare e sulle saline. Siamo solo noi due ad osservare, intirizziti dal freddo, lo spettacolo del sole che si inabissa sulla linea dell’orizzonte.
 
Un ultimo sforzo e raggiungiamo la famosa spiaggia di Plemainson.. deserta ovviamente, e invasa quasi completamente dal mare. Scendo per fare qualche foto al tramonto, il Mistral spazza tutto e mi sposta, infatti il risultato non è dei migliori. Però è bello essere qui… a sentire sulla pelle la forza della natura. Si fa buio, è ora di rientrare a Santa Maria, dove tra le viuzze, in un altro ristorantino caratteristico, ceneremo con una quantità di moules & frites da fare impallidire un bel po’ di gente (abbiamo stimato oltre 1kg a testa…solo di cozze…), prima di rientrare, satolli e un po’ maliconici per l’ultima sera, in hotel a Fontvieille.
 
 
Mercoledi 3 novembre
 
Ultima abbondante colazione a Fontvieille, spesa di biscotti e vino e siamo pronti per (sigh) ritornare a casa. Prima tappa a Les Baux de Provence, uno dei borghi più belli dell’intera Provenza, costruito su una rocca nel cuore delle Alpilles. Anche qui clima tranquillo senza le orde fameliche di turisti. C’è ancora il Mistral, ed essendo in alto, spazzola per bene anche qui. Passeggiamo tra le vie mentre nella mia testa canticchio mentalmente “il signore di Baux” di Branduardi.
 
Lasciata Les Baux, attraverso splendide stradine dipartimentali tra le Alpilles, costellate di rocce calcaree, uliveti e vigne dai colori splendidi, raggiungiamo la chiesettina di St. Sixte, vicino ad Eygalieres, sosta “obbligata” quando passo da quelle parti.. c’è più verde delle altre volte che l’ho vista, e i prati verdi contrastano con le foglie gialle ed arancioni degli alberi e delle vigne. Che meraviglia.
 
Proseguiamo quindi per Isle sur La Sorgue, altro splendido paese provenzale, caratterizzato dalla rete di canali dall’acqua color smeraldo, e dai numerosi mulini ad acqua. Visitiamo il borgo vecchio, con negozi caratteristici (che vendono lavanda, sapone di marsiglia, prodotti tipici), ed anche con “francesi” tipici con le baguettes sotto braccio.. la vera essenza della Francia la si vede in questi piccoli villaggi. Siamo vicini a Fontaine de Vaucluse, e tra colori ancora splendidamente autunnali la raggiungiamo. Parcheggiata l’auto, ci dirigiamo a piedi verso la fonte che origina la Sorgue.
 
C’è una quantità d’acqua impressionante, sembra un torrente alpino in piena nel periodo della fusione delle nevi. Il frastuono è notevole, tra le rapide l’acqua spumeggia e si rivolta, correndo velocemente verso valle. Ed ecco la sorgente, una pozza di acqua color verde smeraldo, ai piedi di un’immensa falesia alta un paio di centinaio di metri. E’ questa la fonte del Petrarca, le “chiare et fresche et dolci acque” della Sorgue, che sgorgano da una sorgente sotterranea a parecchie decine di metri cubi al secondo.
 
Il posto è pittoresco ed inquietante allo stesso tempo. Mangiamo un boccone qui, poi riprendiamo la strada verso Roussillon. Sono le 3 del pomeriggio, valutiamo che a quest’ora, col sole basso, il sentiero delle ocre rischia di essere in ombra, quindi optiamo per un giro tra le viuzze del paese, tra le sue case dai colori di tutte le tonalità del rosso, del giallo e dell’arancione, resi ancora più saturi dall’autunno che le circonda. Dal belvedere in cima al paese, la vista su tutta la Provenza, fino al mitico e lontano Mont Ventoux è qualcosa di unico. Sono soprattutto i contrasti ad essere spettacolari. Le vigne di tutti i colori, dal rosso cupo al giallo, i pioppi cipressini, i pini, gli olivi, il bianco calcare delle Alpilles, le case provenzali. E’ tutto davanti ai nostri occhi, col sole di un pomeriggio di metà novembre che accentua le mille tonalità cromatiche.
 
Ci piange quasi il cuore a lasciare questo posto.. perché significa lasciare la Provenza per tornare a casa. Sono le 16 quando ripartiamo, con non poca malinconia.
 
Ci affidiamo al “tom tom”, e facciamo male.. o bene, chi lo sa. Fatto sta che ci porta a percorrere delle stradine assurde, quando era così semplice tornare indietro di pochi km per riprendere la conosciuta D4096, ma forse abbiamo tanti pensieri per la testa e manco ci passa per la mente di consultare la cartina…
 
Quasi ci perdiamo tra i colori dell’autunno provenzale, tra le vigne, falesie spettacolari (quella di Lioux in particolare), percorrendo strade dipartimentali sempre più strette, che salgono e scendono per le montagne del Luberon. Attraversiamo boschi multicolore, uliveti, frutteti, pinete. Percorriamo gole simili a quelle del Verdon, piccoli paesini abbarbicati sui cocuzzoli. Strade coi segni del tour de France. Ci rendiamo conto che non sappiamo che strada stiamo facendo per arrivare a Sisteron…
 
Il sole intanto accarezza coi suoi ultimi raggi il caleidoscopio di colori dei boschi e di queste vallette. Nei pressi di Simiane la Rotonde prendiamo la decisione, forse un po’ tardiva, di ammutinarci al “tom tom”. Prendo definitivamente la direzione per Forcalquier. Ma un altro problema sorge.. siamo entrati in riserva…non mi perdo d’animo. Mancano 24 km. La mia compagna di viaggio, proprietaria della macchina, mi dice che dovremmo farcela…”dovremmo??”
 
E’ quasi buio, siamo a 250 km da casa, circa 5 ore di viaggio, su una sperduta stradina dipartimentale della Vaucluse, ed abbiamo quasi finito la benzina. Potrebbe essere peggio! Potrebbe piovere!
 
Con questa battuta sdrammatizzo il momento di leggera tensione (rimanere senza benzina qui, in effetti, non so quanto sarebbe stato divertente) anche se in fondo forse ci piacerebbe essere costretti ad un giorno in più da queste parti… raggiungiamo infine Forcalquier, e quindi la salvezza!
 
Con l’animo più sereno riprendiamo il viaggio, il lungo viaggio di rientro, al buio. Abbiamo tanti km ancora, li percorriamo però senza ulteriori intoppi, e senza altre soste. Il “tom tom” ormai impazzito a Sisteron ci dice di invertire la marcia.
 
Ma forse non è impazzito.. forse interpreta i nostri pensieri più o meno inconsci, che vorrebbero farci rimanere in Provenza. Tallard, Gap, Embrun.
 
Riecco il lago di Serre Ponçon, riecco Briançon, il Monginevro. Scendiamo a Cesana e risaliamo al Sestriere, dove resiste ancora un po’ di neve. Scendo per farmi dare il cambio alla guida, non resisto e tocco la neve gelata. Ridiscendiamo per la val Chisone, Pragelato, Villaretto, Villar Perosa. Ci siamo.. il viaggio è concluso. Una cena veloce, un abbraccio coi ricordi che già si mescolano negli occhi di entrambi.
 
..ancora un’ora di auto per me, varco la porta di casa a mezzanotte e mezza, stanco, ma felice.
 
Alla fine del viaggio ho negli occhi e nella mente fotogrammi, sapori, profumi, colori di quattro giorni in quella splendida terra che è la Provenza. Una terra alla quale sono sempre più legato, che ho potuto far conoscere ad una persona che meritava di vederla, che meritava di vivere coi propri occhi e sulla propria pelle tutto questo. Una terra che, nella stagione in cui cadono le foglie, scende la pioggia, il sole regala gli ultimi piacevoli tepori e soffia il primo Mistral, ha saputo regalarci panorami, scorci, momenti, paesaggi dal sapore splendidamente e malinconicamente autunnale.
 
“Merci beaucoup Provence..et au revoir”


Foto:


http://www.roby4061.it/2005/photobook/2010/provenza2010.htm

domenica 7 novembre 2010

Toujours Provence

"Dopo tutto, però, eravamo in Provenza. C'eravamo stati più volte da turisti, insoddisfatti della nostra razione annuale di due o tre settimane di caldo e di luce brillante. Ogni volta, andandocene con il naso spellato e con molto rimpianto, ci ripromettevamo, prima o poi, di venire a vivere qui. Ne avevamo discorso durante inverni lunghi e grigi, o verdi e umide estati, riguardando con un sospiro di nostalgia le foto dei mercatini di paese o dei vigneti, sognando di essere svegliati da un sole abbagliante attraverso i vetri delle finestre della camera da letto. E ora, quasi con nostra sorpresa, c'eravamo buttati nell'impresa, avevamo comprato una casa, preso lezioni di francese, detto addio agli amici, avevamo imbarcato i nostri due cani ed eravamo diventati due stranieri."

Peter Mayle, Un anno in Provenza





Autunno nei pressi di Lioux, Vaucluse

giovedì 28 ottobre 2010

Tra i mille colori dell'autunno, Aiguille Rouge 2545 m, val Clarèe (FR)


I lunghi singhiozzi dei violini d'autunno feriscono il mio cuore d'un monotono languore.
(Paul Verlaine)

E’ il tempo dell’autunno, delle lunghe passeggiate tra i lariceti dorati, tra i laghetti col primo ghiaccio, i pendii bruciati dal gelo e infarinati dalla prima neve.

A volte si cerca fortuna meteorologica oltre confine, e la si trova. Sabato 23 ottobre siamo in 5 a varcare la frontiera del Monginevro, diretti nella val Clarèe, una delle valli dall’aspetto dolomitico/carsico delle Alpi Occidentali. La scelta della gita cade sul col di Thures, aperto sulla Valle Stretta, orograficamente appartenente all’Italia, ma passata alla Francia dopo la IIa guerra mondiale.

A Sallè, prima di Nevache, prendiamo una stradicciola sterrata che conduce nel vallone del Thures, parcheggiando a circa 1650 m. Siamo nel territorio della Foresta demaniale della Clarèe. L’autunno sfodera qui il suo lato migliore con il caleidoscopio di colori. Ci incamminiamo per la strada sterrata, che abbandoniamo poi per la mulattiera che sale al colle, passando attraverso un bel bosco di pini e larici dorati, con caratteristiche guglie detritiche (come la slanciata Demoiselle). Arriviamo così all’inizio dello splendido altopiano che conduce al Col di Thures, nei pressi di una dolina perfetta.

I calanchi, le doline, le rocce calcaree sono caratteristiche dei queste valli dagli aspetti carsici, piuttosto rari nelle Alpi Occidentali. Vista l’ora ed il tempo che è migliore del previsto, decidiamo di salire alla Guglia Rossa, (Aiguille Rouge). Un bel sentiero, invitante, si innalza a mezzacosta in direzione della cima. Lo risaliamo, su ghiaia cedevole, fino ad intercettare il GR 57, che piega in direzione sud fino a portarsi sulla cresta della montagna.

Risaliamo così la cresta sud, con percorso molto panoramico, fino ad un colletto, dal quale, con qualche risvolta, raggiungiamo la vetta a 2545 m. Il panorama è ampio, sulle montagne del Delfinato dai colori autunnali, verso i colossi del Pelvoux, della Meje, della Barre des Ecrins. Il clima è gradevole, si sta bene, i colori autunnali riscaldano l’animo, e qualche pensiero corre verso valle, trasportato dal vento dell’ovest.

Il tempo passa in fretta, tra un pezzo di formaggio stagionato ed un sorso di vino, e tante chiacchiere tra amici, e viene ora di scendere. Dalla vetta ho visto un sentierino abbastanza marcato sulla parte inferiore della cresta nord, e decidiamo di effettuare la traversata. Scendiamo per l’itinerario di andata per un centinaio di metri, poi, al di sotto dei salti rocciosi, intercettiamo un sentiero “da capre” ma molto ben segnato, che taglia il versante ovest della montagna, portandosi sulla cresta nord.

Il percorso è molto suggestivo, tra caratteristiche guglie rocciose, l’aspetto della montagna è un misto tra le dolomiti e le montagne della Turchia o dell’Afghanistan (viste solo in foto, naturalmente..), i colori autunnali dei pascoli bruciati dal gelo e dei larici, fanno il resto.

Il lato est della cresta precipita in canyon detritici, oscuri e tetri, ma di mille colori, dal grigio, al bianco, al giallo, al rosso a seconda dei minerali che si ossidano al contatto con l’aria, che affondano nella valle Stretta, il cui lato opposto parte con immensi ghiaioni che terminano alla base di guglie rocciose che ricordano le Tofane. Paesaggi dell’est riportati all’ovest. Qualche camoscio, là in basso su un fazzoletto di pascolo sospeso sulla valle, ci guarda incuriosito.

In perfetta solitudine (solo noi 5 abbiamo percorso questa traversata) continuiamo la discesa per la cresta nord, fino all’altezza del colle di Thures, che raggiungiamo scendendo per ampi pascoli. Nei pressi del colle c’è il Lac Chavillon, ormai quasi completamente gelato, al bordo dell’altopiano e vicino al bosco di larici dorati dall’autunno.

Che pace, che meraviglia di posto. Il sole ritorna, dopo essersi nascosto dietro le nubi, ed inonda di luce questo luogo magico. Capisco quanto adoro l’autunno tra i monti, è la stagione che preferisco per i colori e per i silenzi che tornano a popolare le montagne.

Ripartiamo, percorrendo tutto questo splendido altopiano di pascoli, silenzioso e malinconico, fino a raggiungere l’Alpage des Thures, ormai “abbandonato” al termine della stagione, situato sul bordo in disfacimento dell’altopiano… immensi calanchi, infatti, precipitano verso il vallone che abbiamo percorso in salita. Il destino di questo altopiano sarà quello di franare pian piano verso valle.. ma ci vorranno ancora migliaia di anni, per questo.

Ci re immergiamo nel lariceto, tra le ultime fiammate di sole, scendendo presto nell’ombra e nel fresco del vallone, raggiungendo l’auto dopo le 17.

Ritorneremo a casa passando dal colle della Scala e scendendo a Bardonecchia, giusto per accorciare il rientro.

Foto su: http://www.roby4061.it/2005/photobook/2010/aiguille_rouge.htm

mercoledì 13 ottobre 2010

13 ottobre 2000



sono già passati dieci anni.

Realizzai un reportage sul disastro, ancora on line sul mio sito:

www.roby4061.it/2005/alluvione2000/alluvione2000.htm

Riporto le righe che scrissi allora, finita l'emergenza..

QUALCHE RIFLESSIONE SULL'ALLUVIONE DEL 13-16 OTTOBRE 2000

Forse questa sarà l'ultima volta, forse invece ce ne saranno sempre di più..Certo è che quest'alluvione non la dimenticherò tanto presto, certe immagini mi rimarranno impresse nella mente per sempre.

Sono scene degne di un'apocalisse quelle che si presentano a chi percorra queste valli devastate, ferite, calpestate da una forza immane, spaventosa, mai vista.

Mi ricorderò il caldo insolito e il forte vento da sud nel mattino di sabato 14 ottobre, lo spaventoso rumore della Stura, che aveva già cominciato la sua opera di distruzione.
Mi ricorderò le vie di Balangero invase dall' acqua limacciosa, i campi attorno al Banna completamente allagati, la montagna che si muoveva e rilasciava centinaia di piccole frane..
Mi ricorderò le notizie su internet che lanciavano segnali di catastrofi nelle valli dell'Orco e d'Aosta, mentre la pioggia continuava a cadere incessante e fino ai 3000mt, sciogliendo tutta la neve della settimana precedente.

Porterò con me le immagini di una valle Orco innevata, in un dolce aspetto invernale , pronta ad essere cullata nell'inverno, inconsapevole di quello che stava per accadere.

Ricorderò di aver percorso per l'ultima volta quella valle il 7 ottobre, perché ora non esiste più. Ecco, non potrò dimenticare che questo disastro ha colpito valli che conoscevo, a cui ero legato, di cui ricordo ancora scorci suggestivi che adesso non ci sono più, cancellati, spazzati via da metri di ghiaia, fango, acqua..

Ricorderò le sirene dei mezzi di soccorso tra il forte rumore del torrente e la pioggia che cadeva senza sosta..
Ricorderò le fiamme che avvolgevano il ponte di Robassomero
Ricorderò il ponte di Villanova aggredito da un torrente impetuoso, impazzito, che cercava di riprendersi con forza quello che era suo cinquant'anni prima.
Ricorderò che dopo quattro giorni passati come volontario di Protezione Civile avevo perso la cognizione del tempo, mi sentivo stanco, ma orgoglioso di far parte di tutti quei volontari che a diverso titolo erano impegnati fuori casa...

Mi ricorderò i giorni dopo, quando l'acqua scendeva e i torrenti ritornavano nei loro letti ormai modificati, la geografia delle valli stravolta.
Mi ricorderò della sensazione provata il lunedì, quando attraversando il martoriato ponte dell'acquedotto a Lanzo, sopra un torrente ancora gonfio, venivo investito da un'aria gelida carica di pioggia, che ti sferzava la faccia e pensavo se questo disastro avrebbe mai avuto fine…

Ma oltre a tutto questo non dimenticherò l'attimo in cui i primi raggi di sole, dopo giorni di pioggia e distruzione, tornavano a illuminare una terra desolata, martoriata e ferita, valli che non esistono praticamente più: mi ricorderò di quel sole che tornava a dare speranza, a scaldare queste valli in ginocchio ma pronte a risorgere, con il forte spirito della gente pronta a ricominciare, ad aiutare queste montagne a tornare a vivere…


Torino, 23-10-2000