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venerdì 27 agosto 2010

Sulle strade dell'est - parte prima


SULLE STRADE DELL’EST
 
10-20 agosto 2010



 




 
Non è facile riordinare le idee e le foto dopo 11 giorni e 3500 km per le strade dell’est. E’ stato un viaggio molto bello, ricco di cultura e spunti di riflessione, oltre allo spirito “vacanziero” classico. Da Erto a Redipuglia, da Mostar a Sarajevo, da Dubronik a Zara sono molte le cose da raccontare, anche perché era da molto tempo che volevo visitare questi luoghi.
 
Il ricordo più bello rimane legato all’ospitalità dei Bosniaci, alla bellezza dei paesaggi della Bosnia, alle città di Mostar e Sarajevo, con evidentissimi ancora i segni dell’assurda guerra terminata poi soltanto 15 anni fa, ma ricche di vita. E’ stata piacevole la sensazione di camminare in una città che sta rinascendo dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice.
 
Ma andiamo con ordine, partendo dal primo giorno, martedi 10 agosto.
 






10 agosto – Rivarolo C.se – Longarone – Diga del Vajont – Erto – Casso – Barcis
 
Sveglia ore 3. Senza fare colazione mi dirigo a Rivarolo, dove ci troviamo per caricare l’auto. Alle 3.50 partiamo alla volta dell’Est. Non c’è traffico, alle 8 siamo già a Longarone. Breve visita al memoriale della tragedia dell’ottobre ‘63. Il paese è completamente ricostruito, la chiesa, interamente in cemento armato, è forse la più brutta che ho mai visto. Al solito, quando si ricostruisce, si dimentica l’architettura del luogo per costruire degli obbrobri che non stanno né in cielo né in terra. Bah.
 
Saliamo quindi verso Erto, da Longarone la diga del Vajont è “beffardamente” al suo posto, resistette infatti all’onda. Parcheggiamo nei pressi della diga, per la visita guidata. Dal 2007 è possibile percorrere il coronamento della struttura, là dove c’era la strada di servizio spazzata via dall’onda. Certo che è impressionante, la frana sul Toc, con il suo caratteristico profilo ad M è una presenza opprimente, il resto della montagna è nel mezzo della valle, là dove c’era il lago. La storia del Vajont, ormai, grazie allo spettacolo commovente di Paolini del ’97 ed ai libri di Mauro Corona è ben conosciuta. Rimane l’interrogativo di come si siano potuti ignorare i segnali che la montagna dava.. potere del dio denaro, ancora una volta macchiato di sangue. Ricordo il libro della Merlin, le sue indagini, ostacolate da più parti… ma del resto scriveva per l’Unità…
 
Rimane impressionante anche solo pensare ad una quantità tale di roccia e terra che cade in un lago a 90 km/orari.. l’onda che scavalca la diga, che si incanala nella strettissima gola del Vajont, per poi esplodere all’uscita del canyon, di fronte a Longarone, e cancellare in un attimo duemila vite.
 
Dopo la diga saliamo a Casso e poi Erto vecchia. Molto, negli stretti vicoli dei due paesi, è rimasto come allora. Case diroccate, porte e finestre sprangate, sono due paesi mezzi morti. All’ingresso di Erto c’è un traliccio piegato dall’onda e rimasto lì così com’è da quasi 50 anni. C’è una certa atmosfera di decadenza, anche se qualche giovane è tornato ad abitare la Erto vecchia e qualche timido segnale di rinascita c’è. Saliamo ad Erto nuova, e davanti alla bottega di Mauro Corona, appare lui in persona, ma non è della giornata e dell’umore adatto per fare conversazione. Peccato, sarà per un’altra volta.
 
Nel primo pomeriggio il tempo peggiora notevolmente, tuona dalla val Cimoliana. Percorriamo tutta la strada che fa il giro del “lago”, a tratti sterrata e con diverse gallerie. E’ in parte la strada originale degli anni sessanta che circondava il bacino artificiale. Dopo scendiamo a Barcis, dove faremo sosta per la notte in campeggio. Nel pomeriggio tuona e piove, la sera ci troviamo con degli amici per bere qualcosa ed un saluto, prima di andare a nanna, la giornata è stata pesante e l’indomani ci aspetta un lungo viaggio.

Foto su: http://www.roby4061.it/2005/photobook/2010/vajont.htm
 
 






 
11 agosto – Barcis – Redipuglia – Vgorac
 
Altra sveglia mattiniera, oggi di chilometri ne abbiamo da macinare. Cercheremo di spingerci più in fondo possibile alla Croazia. Da Barcis percorriamo la valle piena di impianti idroelettrici (infatti il Vajont era la summa del reticolo idroelettrico della zona), giungendo a Maniago e quindi a Pordenone, dove ci immettiamo in autostrada. Ne usciamo a Redipuglia, per visitare il Sacrario Militare. E’ mattino presto, non c’è praticamente nessuno, e l’atmosfera è abbastanza inquietante.
 
Saliamo lungo le immense gradinate, migliaia di nomi indicano i caduti delle undici grandi battaglie sull’Isonzo, Prima Guerra Mondiale. Tra i nomi trovo un Maruzzo Angelo, nome tra l’altro molto comune nella mia famiglia.. potrebbe essere un lontano parente…indagherò. Proseguiamo fin sulla sommità della collina e del sacrario, dove una Cappella racchiude i resti di trentamila (TRENTAMILA!!!) militi ignoti. Cioè trentamila soldati, trentamila persone di cui non si sa il nome. Assurdo. A ragione quella guerra venne definita dal papa dell’epoca come “assurdo macello”.
 
Nei dintorni del Sacrario vi sono una planimetria in rilievo con le posizioni del fronte nel 1916, e diversi cannoni e monumenti ai vari corpi dell’esercito che presero parte alle battaglie. Questo Sacrario fu fatto costruire dal Duce nel Ventennio, ed infatti lo stile è inconfondibile. Una beffa, tra l’altro, visto che fu terminato nel 1938, giusto in tempo per cominciare un’altra guerra mondiale…e preparare il terreno per altri sacrari.
 
Bah.
 
Ripercorriamo le gradinate in discesa, sotto il sole che ora picchia forte, ed è ora di rimettersi in viaggio, direzione est e poi sud-est. A Trieste superiamo la frontiera con la Slovenia, non ci sono indicazioni chiare sulla “vignetta autostradale” (ho visto solo di sfuggita un cartello scritto a pennarello di 40x50 cm con scritto sopra “vignetta qui”), quando i miei amici erano stati due anni fa c’erano i normali caselli.. infatti è una novità del luglio 2009.
 
Quando usciamo dall’autostrada per prendere la statale, ecco la polizia che ci ferma appena usciti dal casello.. un bel foglietto con lo spiegone in italiano e 300 euro di multa. Che si riducono a 150 se si paga subito.. maledetti sloveni. Il poliziotto ammette che la cosa non è ben segnalata. Si stanno italianizzando, e studiano i modi per inculare gli stranieri…
 
Bah. Ormai la frittata è fatta.. entriamo in statale ancora schiumando di nervoso, ce lo faremo passare fermandoci in una gostilna (trattoria) in territorio sloveno, prima di passare il confine.
 
Almeno sul cibo e sulla birra gli sloveni ci trattano bene..ripartiamo, siamo in breve alla frontiera e senza problemi entriamo in territorio croato. Passata Rupa, entriamo poi in autostrada. E ne percorriamo centinaia di km, con paesaggio decisamente monotono e brullo. L’autostrada, penso la più grande opera pubblica della Croazia degli ultimi 40 anni, passa lontano dalla costa, in un territorio dove non c’è assolutamente nulla. Prima boschi, poi colline di pietre e arbusti, con pochissimi villaggi, quasi nessuna strada, qualche casupola diroccata. Il nulla più totale, secco e arido per molte decine di chilometri. Mi ha molto colpito questa cosa. L’autostrada finisce poco prima di Vrgorac, che raggiungiamo per una statale tutta curve, sospesa su una valle. Vista l’ora tarda e i circa 700 km percorsi, decidiamo di fermarci in un piccolo ma moderno hotel lungo la statale. Proseguendo si troverebbe il bivio per il santuario mariano di Međugorje, che si trova a meno di 30 km in territorio bosniaco.
 
Ceneremo in un piccolo ristorantino (Ristoran TIN, nome assurdo..), con degli ottimi raznjici e una splendida birra fresca. Il primo impatto con la cucina croata è decisamente positivo. Andiamo a dormire decisamente stanchi.

Foto su: http://www.roby4061.it/2005/photobook/2010/redipuglia.htm

Fine prima parte.
 

domenica 22 agosto 2010

Nostalgia Balkanika


Ed eccomi tornato, dopo 3500 km per le strade dell'est. Molto ho visto e molto ho da raccontare di questo viaggio. Dalla diga del Vajont e dai paesi ancora feriti da quella tragedia, Erto, Casso e Longarone, al sacrario militare di Redipuglia, monito e simbolo di quell'assurdo macello che fu la Prima Guerra Mondiale.

Dalla Croazia interna, coi suoi paesaggi brulli e i suoi villaggi, alla Bosnia-Herzegovina, con la perla di Mostar ed il suo ricostruito Ponte Vecchio e la città di Sarajevo, dove sono ancora evidenti i segni di quel massacro che furono le laceranti guerre degli anni 90, che portarono alla sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia.

Dal paesaggio rurale della Republika Srpska, cioè "l'enclave" serba di Bosnia, alla città di Dubrovnik, la perla del Mediterraneo. Dal grigio calcare del Parco di Paklenica, al brullo terreno dell'isola di Pag, alla moderna Zadar.

Ne ho viste di cose in questi 3500 km, ma credo che il ricordo più bello di questo viaggio resterà legato all'ospitalità ed alla gentilezza dei Bosniaci, al profumo dei bazar di Sarajevo, al miscuglio di culture e religioni di questa città che ha sofferto il più duro e lungo assedio della storia moderna, nel 1992-1995.

Ancora oggi, in città e nei dintorni, sono visibili i segni di un'assurda mattanza che ha segnato la mia adolescenza, un terribile inferno nel cuore di un'Europa impotente. Ma la bella sensazione che mi è rimasta di Sarajevo è quella di una città in rinascita, sta tornando a vivere dopo l'oblio, rinasce dalle proprie ceneri come l'Araba Fenice.

Su queste pagine, mano mano, racconterò questo viaggio nell'est per parole e foto.




Lungo la via di accesso principale a Sarajevo arrivando da Mostar, la Zmaja Od Bosna, ai tempi della guerra tristemente conosciuta come il "Viale dei Cecchini", un palazzo che reca ancora i segni dei proiettili.

lunedì 9 agosto 2010

Est! Est!! Est!!!


L'est chiama. C'è sempre qualcosa di affascinante nelle terre dell'est Europa, sarà il mix di culture, l'incontro tra occidente ed oriente, la fusione di stili di vita e mondi diversi.. ma è di nuovo ora di spingersi là dove sorge il sole.



Ready to go. Direzione est.

sabato 19 giugno 2010

E mentre il grano ti stava a sentire..




dentro alle mani stringevi il fucile

dentro la bocca stringevi parole

troppo gelate per scioglieri al sole..


giovedì 27 maggio 2010

Transumanza

Questa mattina alle 2.15 è passata la prima mandria diretta verso le Valli di Lanzo.. in anticipo rispetto agli altri anni, e non ho capito il motivo, visto che in alto la stagione è in ritardo..


Pur essendo svegliato nel cuore della notte dal frastuono di un centinaio di vacche con i campanacci, è sempre un bello spettacolo, vale la pena alzarsi e guardarle passare.


Sono più di trent'anni che assisto a questa bella tradizione :-)



 

lunedì 10 maggio 2010

Chaberton




"Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora"

Cesare Pavese

lunedì 3 maggio 2010

3 maggio 2003


Sono già passati sette anni.
 
Sette anni in cui ne sono successe di cose…avrei voluto raccontarti di nuove montagne, di ghiacciai, di rocce, di quattromila, di sciate che quando mi accompagnasti nelle mie prime gite sci alpinistiche mi sarei solo sognato di fare.
 
Sicuramente saresti stato felice di vedermi migliorare anno in anno, rispetto a quella prima gita del gennaio ’99 in cui cadevo ad ogni curva come un sacco di patate.
 
Magari mi avresti anche preso un po’ per pazzo e me ne avresti dette di tutti i colori se ti avessi fatto vedere la foto del canale della Becca di Gay, o magari invece ne saresti stato orgoglioso. Chissà se da quella prima gita mi avresti immaginato a fare pure l’aiuto-istruttore...
 
Chissà..
 
Chissà cosa avresti pensato del mio ritorno all’arrampicata dopo l’esperienza negativa della Ribaldone.. beh su questo, in effetti, ci avrei scommesso poco pure io…
 
Avrei voluto, in questi anni, farti vedere come è cresciuto il mio sito, che non sarebbe mai nato senza l’imprinting che mi hai dato verso il mondo delle “terre alte”.
 
Avrei voluto raccontarti di montagne desiderate e sognate da tempo, e poi salite con fatica e magari “osando” un po’ troppo. Avrei voluto descriverti l’emozione che provai, quel giorno di fine luglio 2006, quando mi affacciai sul colle di Valnontey, e vidi il ghiacciaio della Tribolazione, che percorsi con lo sguardo fino a quel campeggio un po’ spartano, ma a cui noi eravamo affezionati. E nel mentre mi rivedevo mentre camminavamo per la strada per Valmiana, luglio 1995, e ti dicevo “ho deciso, l’anno prossimo mi iscrivo al CAI”.
 
Avrei voluto raccontarti l’emozione provata quando finalmente raggiunsi la Madonnina del Gran Paradiso, l’unico quattromila che salisti pure tu.
 
Avrei voluto farti conoscere le persone entrate nella mia vita in questi anni, sia delle molte che ci sono ancora, sia di quelle che han preso altre strade.
 
Avrei voluto farti conoscere i miei amici di montagna, i miei “soci” di sciate, ascensioni, arrampicate, semplici passeggiate. Sicuramente ti sarebbero piaciuti e saresti andato d’accordissimo con loro, e saresti stato felice nel vedermi “girare per montagne” con un così bel gruppo di compagni e compagne. Del resto, come hai avuto anche modo di imparare tu negli anni sessanta e settanta, la montagna crea profondi legami d’amicizia e fiducia che durano una vita intera.
 
So per certo che in questi anni mi hai seguito lo stesso, e tutto quel che mi è successo non è necessario che te lo racconti, perché in fondo sei sempre stato e continuerai ad essere qui. Ma so anche che non è la stessa cosa, purtroppo. Sei stato pur sempre un punto di riferimento che è venuto a mancare, ed un punto di riferimento come un padre, è e rimane unico e insostituibile.
 
E’ vero che non si è eterni e tutti, prima o poi, ce ne dobbiamo andare, ma avrei sperato di poter ancora parlare “a voce” con te per molti e molti anni, di poterti raccontare queste cose “dal vivo”.
 
Purtroppo è andata diversamente, e non potevamo certo immaginarlo, ho solo il rimpianto che la “malattia dei monti” non mi sia venuta prima, avremmo potuto condividere qualche anno in più di sentieri, rocce e nevai.
 
Ma la gratitudine per avermi trasmesso nel DNA l’amore per la montagna è e rimarrà sempre immensa. E la mamma e Luisa, mi assecondano, anche se sicuramente con qualche remora in più, nelle mie scorribande alpine, perché sanno che quello è il mio mondo.
 
Sono passati sette anni da quel caldo 3 maggio 2003, da quella mattina quando alle 8.45, lasciasti questa stanza per salire in Cielo.
 
Quel giorno “terminasti la tua salita più difficile e salisti sulla cima della montagna più alta”.
 
Ciao Pà.
 
3 maggio 2010




31 ottobre 1998, rifugio Ferreri 2200 m, vallone della Gura.